«Il futuro non si aspetta e non si appalta. Il futuro si costruisce insieme». Con questo appello la segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, ha concluso oggi a Genova la manifestazione delle dieci regioni del Nord nell’ambito della mobilitazione nazionale «Il Patto che unisce» a cui hanno partecipato migliaia di lavoratori, pensionati, delegati e quadri della Cisl. Sul palco hanno portato il loro contributo i segretari generali delle uniori regionali della Liguria, Lombardia. Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Alto Adige, Trentino e Valle d’Aosta.
«Da Genova comincia oggi una grande mobilitazione. Ci porterà a Gioia Tauro e poi a Roma alla vigilia del voto finale sulla legge di bilancio. L’abbiamo chiamata “Il Patto che unisce”. La CISL non si rassegna a un’Italia dove aumentano le distanze sociali, i giovani faticano a immaginare il proprio futuro e il lavoro perde valore. Siamo qui per cambiare le cose. Per conquistare risultati», ha dichiarato Fumarola.
«Dobbiamo opporci a un Paese spaccato, prigioniero di demagogie opposte che si tengono in piedi a vicenda e che non fanno andare avanti di un passo. Salari e pensioni devono tornare a crescere. Serve una sanità che funzioni, il diritto ad abitare una casa, una scuola e un’università capaci di piantare i semi del futuro», ha aggiunto Fumarola.
«In Italia si continua a morire di lavoro: oltre mille vite spezzate ogni anno. La sicurezza è un diritto che viene prima di ogni bilancio aziendale. Nessun vantaggio può essere costruito risparmiando sulla vita delle persone. Pretendiamo controlli efficaci, prevenzione partecipata, formazione vera, responsabilità lungo tutta la catena degli appalti», ha sottolineato la leader della CISL.
«Conosciamo i vincoli dei conti pubblici. I conti pubblici vanno preservati, ma rigore non può voler dire rassegnazione. E soprattutto responsabilità non può significare chiedere sempre agli stessi di pagare il conto», ha detto Fumarola.
«Ci sono tre scelte davvero gravi che vanno cambiate nella manovra. La flat tax al 15 per cento allargata fino a 100 mila euro di ricavi per gli autonomi non è accettabile perché crea figli e figliastri: a parità di reddito un dipendente o un pensionato paga più del triplo di tasse. La nuova stretta sulla rivalutazione delle pensioni è pura ingiustizia. E poi c’è la scuola: assurdo e miope il taglio che falcia quasi settemila posti tra docenti e personale Ata. Chiediamo il ritiro di quei tagli e un confronto immediato», ha affermato Fumarola.
«Questo impegno riguarda anche le donne, ancora penalizzate da retribuzioni più basse, carriere discontinue, servizi insufficienti e responsabilità familiari distribuite in modo diseguale. Un Paese che lascia fuori metà del suo talento si condanna da solo. Servono servizi per l’infanzia e la non autosufficienza, congedi parentali più equilibrati, contrattazione, opportunità di carriera e un Fondo nazionale per la cura», ha proseguito la segretaria generale della CISL.
«Il nostro Libro Verde è l’offerta che la CISL mette sul tavolo della politica, delle imprese e degli altri sindacati per un accordo su riforme e investimenti che durino non per i prossimi mesi elettorali, ma per i prossimi dieci anni. Con il Patto sociale vogliamo aprire una stagione nuova, nella quale Governo, imprese e forze sociali assumano impegni concreti e verificabili», ha spiegato Fumarola.
«La CISL non ha governi amici o nemici: riconosce ciò che è positivo, chiede di correggere ciò che è insufficiente, contrasta le scelte che ritiene sbagliate. Senza pregiudizi e senza subalternità nei confronti di nessuno. L’orgoglio dell’autonomia è l’energia che ci dà forza ogni giorno, anche quando necessario per andare fieramente controcorrente. Continueremo a cercare l’unità con CGIL e UIL ovunque sia possibile e soprattutto utile ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani di questo Paese. Ma l’unità si costruisce partendo sempre dai contenuti e rispettando le differenze», ha rimarcato Fumarola.
«In questo clima la più infame delle valvole di sfogo torna in auge con un termine che fa rabbrividire: “remigrazione”. Una parola orrenda per un’idea sporca, la deportazione su base etnica. Da questa terra di partenze e di arrivi, dove tanti italiani si sono imbarcati per emigrare, non lontano da Quarto, dove è partita la spedizione che ha portato all’Unità d’Italia, da qui noi, oggi e per sempre, quella parola la respingiamo con tutta la forza che abbiamo. Qui e in ogni altra sede. Solo chi è in malafede può tentare di far dimenticare che la grandezza non solo di Genova, ma dell’intera nostra penisola è dovuta all’incontro tra popoli di origine diversa! Chi in Italia lavora, paga tasse e contributi, rispetta le leggi e i valori fondamentali è parte della comunità nazionale. Punto!», ha dichiarato Fumarola.
«Otto anni fa, quando il ponte Morandi è crollato con le sue quarantatré vittime, Genova non si è divisa. Istituzioni, imprese, lavoratori e cittadini hanno remato nella stessa direzione e in meno di due anni hanno edificato un ponte nuovo. Quel ponte dice all’Italia quello che noi le chiediamo da questo palco: torniamo a costruire coesi. Uniamo il Paese», ha ricordato la segretaria generale.
«L’Italia non è condannata al declino, può cambiare, può tornare a crescere, può tornare a sperare dentro un grande accordo per il lavoro, la coesione e la crescita. Perché il futuro non si aspetta e non si appalta. Il futuro si costruisce insieme», ha concluso Daniela Fumarola.

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Intervento della Segretaria generale Daniela Fumarola:
BUONGIORNO, GENOVA. Grazie di essere qui, per la passione, per l’impegno, per il tempo che avete dedicato a questa giornata. Grazie a tutti i segretari che hanno preso parola.
Da Genova comincia una grande mobilitazione. Ci porterà a Gioia Tauro e poi il 12 dicembre a Roma.
E attraverserà nel frattempo centinaia di luoghi di lavoro, territori, comunità.
L’abbiamo chiamata «Il Patto che unisce». Significa che la Cisl non si rassegna a un’Italia dove aumentano le distanze sociali, i giovani faticano a immaginare il proprio futuro e il lavoro perde valore.
E non accetta di vedere il Paese consumare le proprie energie in contrapposizioni permanenti, mentre i problemi si aggravano e le risposte tardano.
Siamo qui per cambiare le cose. Per conquistare risultati.
GENOVA. Partiamo non a caso da Genova. Che il lavoro lo conosce bene. Nel porto, il primo d’Italia per i container che entrano ed escono dal Paese. Nelle fabbriche, negli ospedali, negli uffici. Nei cantieri del Terzo valico, che lega il Mediterraneo al cuore dell’Europa.
Eppure ora quei cantieri sono fermi per una lite sui conti tra Rfi e Webuild, con centinaia di operai in cassa integrazione. A loro va il primo pensiero di oggi: a donne e uomini che lavorano e che non possono pagare il prezzo di un braccio di ferro tra due giganti. Lo Stato, che di Rfi è il proprietario, ha il dovere di sbloccare in fretta quel tavolo.
Da qui passeremo poi a Gioia Tauro, l’altro grande porto italiano dei container. Il Sud che corre e produce più di quanto si racconti. Due porte sul Mediterraneo per un solo messaggio, il Paese vince se si unisce. Perché Nord e Sud sono una sola comunità nazionale.
Un cantiere, però, non si apre con la sola protesta. Si apre con un progetto condiviso. Per questo serve un Patto: un’intesa che guardi ai prossimi dieci anni, con le radici ben piantate nella solidarietà e nella corresponsabilità.
IL MONDO BRUCIA. Un Patto che riguarda l’Italia, ma non solo. Perché il mondo brucia. La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina continua a provocare morte e distruzione.
E oggi i principi del diritto internazionale sono calpestati anche da un’intesa vergognosa tra Washington e Mosca, con un presidente americano che congela le sanzioni e chiede a Kiev di cedere territori.
Speriamo che questa impostazione cinica, vigliacca, scellerata del capo della Casa Bianca sia la prima a cadere sotto l’onda blu delle elezioni di medio termine di martedì scorso.
Gli americani hanno detto basta, ed era finalmente l’ora, confermando la distanza che separa la peggiore amministrazione statunitense di sempre da una grande democrazia liberale che deve tornare a costruire pace e sviluppo insieme all’Europa.
Ma non possiamo ignorare che quei principi, quei valori conquistati con il sangue dei partigiani nel dopoguerra, sono traditi anche a casa nostra da inquietanti convergenze rossobrune.
Estrema destra ed estrema sinistra a braccetto, che spacciano la resa per pace. Che offendono la memoria e l’eredità della nostra Resistenza.
La Cisl non cambia posizione a seconda del vento o delle convenienze. Siamo al fianco dell’Ucraina aggredita. Bisogna dar forza ai negoziati senza smettere di aiutare la resistenza di Kiev. Perché una pace che umilia un popolo invaso e premia l’aggressore non è pace: è una disfatta in attesa della prossima guerra.
Lo stesso vale a Gaza, dove la tregua regge solo sulla carta. Invochiamo aiuti che entrino davvero, il disarmo di Hamas, diplomazie democratiche al lavoro per due popoli e due Stati capaci di vivere in sicurezza e dignità.
La pace ha bisogno di un’Europa più forte, che sappia parlare con una voce sola e investire sulla propria autonomia strategica e sul proprio modello sociale. Altrimenti l’Italia e l’Europa resteranno vasi di coccio tra le pressioni crescenti di Stati Uniti e Cina.
L’EUROPA IN BILICO. Il nostro continente è in bilico, e la spinta alla dissoluzione arriva anche dalle urne.
In Germania, nei sondaggi che arrivano dalla Francia e in quelli che giungono dalla Spagna che vota fra tre settimane, l’estrema destra, fieramente neofascista, avanza ovunque.
Chi specula sulle paure per strappare una manciata di voti distrugge in un giorno quello che i nostri padri e le nostre madri hanno costruito per garantire pace, libertà e prosperità.
In Europa e in Italia gli estremismi si nutrono di paura e insicurezza. Quella paura e quell’insicurezza cresciute in tanti decenni tra le fasce deboli, e non solo.
Operai, lavoratori, pezzi interi di ceto medio oggi si sentono traditi e guardano con sospetto e diffidenza alle forze politiche che hanno edificato la democrazia sociale.
UNA PAROLA DA RESPINGERE. In questo clima la più infame delle valvole di sfogo torna in auge con un termine che fa rabbrividire: “remigrazione”. Una parola orrenda per un’idea sporca, la deportazione su base etnica.
Da questa terra di partenze e di arrivi, dove tanti italiani si sono imbarcati per emigrare, non lontano da Quarto, dove è partita la spedizione che ha portato all’Unità d’Italia, ebbene da qui noi, oggi e per sempre, quella parola la respingiamo con tutta la forza che abbiamo. Qui e in ogni altra sede.
Solo chi è in malafede può tentare di far dimenticare che la grandezza non solo di Genova, ma dell’intera nostra penisola è dovuta all’incontro tra popoli di origine diversa!
Chi in Italia lavora, paga tasse e contributi, rispetta le leggi e i valori fondamentali è parte della comunità nazionale. Punto!
Certo, è necessario che le migrazioni si governino, attraverso corsie legali di ingresso, formazione, integrazione, lotta al caporalato.
Ma governare le migrazioni non significa dividere le persone tra chi può restare e chi deve sparire. E non dovrà mai significare lasciare morire le persone in mare.
Lo ha ricordato il Presidente Mattarella: «Un Paese forte vive di coesione sociale in cui vige l’eguaglianza dei cittadini».
Eguaglianza e coesione: le due parole che la remigrazione vorrebbe cancellare, che noi difenderemo in ogni luogo di lavoro e in ogni territorio.
LA VITA CONCRETA. Le conseguenze dell’instabilità globale arrivano nelle nostre case, dove si guarda il costo della spesa e della bolletta, si rimanda una visita medica, si rinuncia a una cura.
L’inflazione non ha eroso solo salari e pensioni. Ha eroso la speranza delle persone. Chi lavora o chi ha lavorato per tutta una vita e ha dato il proprio contributo, deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro o della propria pensione. È il fondamento di una società giusta. È la base di una democrazia vera e partecipata.
LA SICUREZZA. Giustizia e partecipazione che vengono ferite ogni volta che un lavoratore non torna a casa.
In Italia si continua a morire di lavoro: oltre mille vite spezzate ogni anno, «un tributo inaccettabile», come ha detto il Capo dello Stato.
Ogni volta ci si indigna e si promette che non dovrà succedere mai più. E poi arriva un’altra notizia, un’altra persona che esce di casa per guadagnarsi da vivere e non torna più. La sicurezza è un diritto che viene prima di ogni bilancio aziendale. Nessun vantaggio può essere costruito risparmiando sulla vita delle persone.
Pretendiamo controlli efficaci, prevenzione partecipata, formazione vera, responsabilità lungo tutta la catena degli appalti.
LA QUESTIONE GIOVANILE. Dobbiamo e vogliamo opporci a un Paese spaccato, prigioniero di demagogie opposte che si tengono in piedi a vicenda e che non fanno andare avanti di un passo. Ma basta alzare un minimo lo sguardo per vedere obiettivi che appartengono a tutti. Salari e pensioni che devono tornare a crescere. Una sanità che funzioni. Il diritto ad abitare una casa. Una scuola e un’università capaci di piantare i semi del futuro.
Su tanti di questi temi, nelle piazze, è emersa con forza una questione enorme: la questione giovanile.
Non va confusa con le devastazioni, con i saccheggi che abbiamo visto il 17 ottobre nelle nostre città.
Quella non è protesta, non è lotta politica. È puro teppismo, violenza deliberata da condannare senza ambiguità.
Guai a chi pensa di cavalcare questi fenomeni: chiunque lo faccia, da spalti politici o sindacali, fa il gioco della reazione e si rende complice di una deriva pericolosissima.
Non dobbiamo permettere che la violenza di pochi diventi il pretesto per ignorare il disagio e le aspirazioni di molti.
Tanti, tantissimi studenti hanno sfilato in modo civile, magari aspro ma pacifico, contro aule sovraffollate e scuole fatiscenti, affitti e mutui impossibili, lavori poveri, mobilità inesistente e un futuro che non arriva. Non c’è da stupirsi se alla fine l’unica vera promessa a cui credono è quella di una valigia. Non si può continuare a chiedere loro pazienza. Vanno ascoltati e coinvolti, dalla politica, nelle istituzioni, e anche dal sindacato.
Ai giovani vogliamo dire una cosa: la Cisl ha bisogno della vostra voce! Non vi chiediamo di aspettare il vostro turno. Ma di costruire insieme scelte e sentieri di un’Italia migliore.
LE DONNE. Questo impegno riguarda anche le donne, ancora penalizzate da retribuzioni più basse, carriere discontinue, servizi insufficienti, responsabilità familiari distribuite in modo diseguale. In Italia lavora poco più di una donna su due, e un Paese che lascia fuori metà del suo talento si condanna da solo. La genitorialità e il lavoro di cura non sono “doveri da donna”.
Bisogna rompere questa narrazione paternalistica e patriarcale. Servono servizi per l’infanzia e la non autosufficienza, congedi parentali più equilibrati, contrattazione, opportunità di carriera e un Fondo nazionale per la cura.
LA LEGGE DI BILANCIO. È da qui, dalla vita concreta delle persone, che vogliamo giudicare le scelte della politica. E il primo banco di prova è la legge di bilancio. Conosciamo i vincoli dei conti pubblici: una manovra da ventisei miliardi, più della metà vincolata dalle clausole europee. I conti pubblici vanno preservati. Ma rigore non può voler dire rassegnazione. E soprattutto: responsabilità non può significare chiedere sempre agli stessi di pagare il conto.
Nella manovra ci sono scelte che abbiamo chiesto e che riconosciamo. Le risorse per la legge sulla partecipazione, che però devono diventare stabili. L’esenzione di metà dei dividendi per chi riceve azioni della propria azienda al posto del premio di risultato. La tassazione all’1% sui premi di risultato negoziati al livello decentrato, che chiediamo di portare a zero. L’imposta al 5% sugli aumenti dei contratti nazionali.
C’è naturalmente l’Irpef al 33% fino a 55 mila euro. Un segnale in più al ceto medio: chiediamo di arrivare a 60 mila, senza regalare vantaggi a chi non ne ha bisogno.
Vuol dire sterilizzare l’intervento oltre quella soglia, anche per recuperare risorse utili per raddrizzare i rami storti di questa Legge di Bilancio. Che davvero non mancano.
C’è ancora, di buono, il sostegno alla genitorialità che rivendicavamo: un mese in più di congedo parentale pagato all’80%, che cresce con il secondo e il terzo figlio. E poi ancora l’assegno per le madri che lavorano e hanno due o più figli, che sale e diventa strutturale.
Ancora: il lavoro scomodo trova un ulteriore riconoscimento: la tassa ridotta sulle maggiorazioni di chi lavora di notte, nei festivi e a turni anche nei settori pubblici.
È prorogata ancora per un anno la defiscalizzazione sul salario accessorio dei dipendenti pubblici, che va resa strutturale.
Per i giovani sotto i trent’anni arriva un’imposta ridotta sugli aumenti di stipendio, primo seme della Start tax che proponiamo nel Libro verde. E l’Ape sociale è prorogata, ma deve diventare strutturale.
Guardiamo infine con attenzione al salvadanaio previdenziale per i nuovi nati, un’idea che abbiamo sostenuto anche al Congresso, a condizione che quel risparmio valorizzi i fondi della contrattazione.
Tutto questo è il frutto del metodo del confronto, lo stesso che ha portato il taglio del cuneo, il salario giusto l’istituzione e il potenziamento appena deliberato della Zes unica.
NON UNA CAMBIALE IN BIANCO. Ma il nostro giudizio non si ferma qui. E non è, non sarà mai, una cambiale in bianco. C’è la sanità e il welfare da potenziare ulteriormente. E poi ci sono tre scelte davvero gravi che vanno cambiate. La prima è la flat tax al 15% allargata fino a 100 mila euro di ricavi per gli autonomi.
Non è accettabile perché crea figli e figliastri dato che a parità di reddito un dipendente o un pensionato paga più del triplo di tasse. È questione di rispetto, prima ancora che di equità: non si può mettere il costo del welfare solo sulle spalle di una parte della società! Bisogna fare un passo indietro.
La seconda faglia riguarda i pensionati. E qui dobbiamo essere molto chiari, perché siamo al cuore della peggiore decisione presa in Manovra. La nuova stretta sulla rivalutazione delle pensioni, che non hanno altro strumento se non questo per difendere il potere d’acquisto, è pura ingiustizia. Parliamo di una morsa che scatta sopra quattro volte il minimo, riducendo l’adeguamento a partire da pensioni pari circa a 1800 euro netti al mese. E poi la morsa si stringe sempre più man mano che si sale.
Parliamo non di ricchi. Ma di infermieri, insegnanti, impiegati, operai specializzati ora in pensione, che hanno versato contributi per quarant’anni o più.
Allora diciamolo dritto per com’è. L’operazione sull’Irpef così è totalmente annullata per chi sta in pensione.
Non si può dare con una mano e togliere con l’altra.
Ci siamo opposti con tutta la forza a questo prelievo mascherato. E continueremo a farlo. Chiediamo la rivalutazione delle pensioni, insieme a una flessibilità in uscita che non sia pagata dal lavoratore.
Un concetto deve essere chiaro: le pensioni non si toccano senza il sindacato. Il governo è avvisato.
La costruzione di un fondo per il prepensionamento senza sentire chi rappresenta lavoratori e pensionati è un fatto inaccettabile. È necessario recuperare il confronto sull’impiego delle risorse stanziate.
Forfettario da abolire. Pensioni da rivalutare.
E poi c’è la scuola. La terza grande stortura da correggere.
Assurdo e miope il taglio che falcia quasi settemila posti tra docenti e personale Ata, dopo i tagli già decisi due anni fa. Davanti al disagio dei ragazzi e alla povertà educativa, di fronte alla violenza crescente nelle città e all’abbandono scolastico, rispondere in questo modo vuol dire non aver capito che la posta in gioco si chiama futuro. Chiediamo il ritiro di quei tagli: se restano, saremo al fianco della Cisl Scuola in ogni iniziativa di mobilitazione, a partire da quella dell’11 novembre.
Su questi fronti serve una revisione profonda. Anche in considerazione di una tassa occulta da 4 miliardi l’anno che si chiama drenaggio fiscale.
Sono soldi usciti dalle tasche di chi lavora e di chi sta in pensione, e devono pesare come un macigno nei luoghi in cui si decidono le politiche di sviluppo di questo Paese.
Si cominci indicizzando aliquote e scaglioni all’inflazione, come già accade in mezza Europa, e abbassando ulteriormente le tasse sulle fasce medie.
Lo diremo forte e chiaro al Governo all’incontro della prossima settimana.
È poi necessario stanziare adeguate risorse per la tornata 28-30 dei contratti del pubblico impiego, a fronte dell’incremento dell’inflazione.
I SOLDI SI PRENDANO DOVE SONO. Ci dicono: e i soldi per fare tutto questo da dove li prendete. I soldi si prendano dove sono. Il conto va distribuito spostando i sacrifici su chi sottrae dalla collettività, sulle rendite speculative e su quelle di posizione.
Si prendano da un’economia sommersa che vale oltre duecento miliardi l’anno, quasi un decimo del Pil.
È lì il primo oceano in cui gettare le reti. E per questo bisogna dire no, un no senza eccezioni, a condoni, rottamazioni e regali ai soliti furbi.
Bisogna guardare a chi negli anni delle crisi ha visto i profitti gonfiarsi, dall’energia alla finanza alle piattaforme digitali.
I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni, insieme alla tassa raddoppiata sulle transazioni finanziarie, sono un buon inizio.
È giusto che anche l’industria del gioco faccia la sua parte, dato che preleva soprattutto da chi sta peggio e contribuisce a far crescere la nostra spesa sanitaria.
Si può fare di più, allargando la platea alle multinazionali del digitale e alle grandi rendite immobiliari.
E soprattutto trasformando quello che oggi è un semplice anticipo fiscale in un vero e proprio contributo aggiuntivo.
Dobbiamo rafforzare il bilancio anche razionalizzando le uscite. Gli oltre duemila incentivi alle imprese vanno rivisti e distribuiti non a pioggia, concentrando le risorse su chi applica i contratti più rappresentativi, pratica la partecipazione, rispetta le regole sulla sicurezza. Chi non lo fa, molto semplice: non deve vedere un euro pubblico. Lo abbiamo fatto nel decreto Primo Maggio, dobbiamo continuare su quella strada.
Su questi punti continueremo a chiedere correzioni e miglioramenti lungo tutto il percorso, dentro e oltre il perimetro della manovra.
OLTRE LA MANOVRA. Ma bisogna essere realisti fino in fondo. Nessuna legge di bilancio, da sola, può risolvere problemi che il Paese si trascina da decenni. Il nodo dei salari non si scioglie soltanto con il fisco.
Servono contratti rinnovati puntualmente, aumenti adeguati all’inflazione, più contrattazione decentrata in azienda e nei territori.
Alle imprese diciamo che se cresce la produttività devono crescere anche le retribuzioni.
Il tavolo sindacale aperto con tutte le associazioni datoriali sulle regole della rappresentanza, la contrattazione, la partecipazione, dopo la piattaforma unitaria costruita con Cgil e Uil, dimostra che decidere insieme è possibile.
Serve una politica industriale che smetta di rincorrere le crisi quando sono già esplose. Con tutto il rispetto possibile, non possiamo delegare il futuro della manifattura alla magistratura!
Lo dice la vicenda dell’ex Ilva. L’acciaio primario è un bene strategico per l’Italia e per l’Europa: perderlo vuol dire dipendere da altri, Cina in testa, a prezzi decisi altrove e con un impatto ambientale ben peggiore.
Da Cornigliano sino a Novi Ligure e a Taranto chiediamo una vera svolta in una vicenda che si trascina da troppo tempo, una regia pubblica e la salvaguardia della produzione, dell’occupazione, della prevenzione dentro e fuori gli stabilimenti.
Oggi l’acciaio verde è lo standard a livello globale. Qualcuno ci spieghi per quale ragione solo in Italia non si riesce a fare.
Agli Erzelli una telefonata del presidente del Consiglio ha fermato i licenziamenti di Ericsson, e ne siamo contenti. Ma chiunque capisce che un Paese serio non può affidare la propria industria al telefono di Palazzo Chigi. Serve ben altro.
Serve il più grande investimento di sempre sulla formazione, che deve diventare un diritto soggettivo, universale, portabile da un posto di lavoro all’altro per tutta la vita.
È una necessità ancora più urgente davanti alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, che può migliorare il lavoro ma anche concentrare potere e ricchezza.
Papa Leone XIV, nella Magnifica humanitas, ha scritto che la tecnologia «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa».
Ecco perché tra quei volti devono esserci anche quelli dei lavoratori: nessun algoritmo entri in azienda senza che chi lavora lo sappia e possa dire la sua.
Noi non abbiamo paura dell’innovazione. Ma ci opporremo a un’innovazione che dimentichi le persone.
Il lavoro entri dove si prendono le decisioni. La partecipazione algoritmica è la nostra idea di democrazia economica applicata alla IA.
IL LIBRO VERDE. È una delle ragioni del Libro verde. Che non è un elenco di rivendicazioni ma una piattaforma aperta.
L’offerta che la Cisl mette sul tavolo della politica, delle imprese e degli altri sindacati per un accordo su riforme e investimenti che durino non per i prossimi mesi elettorali, ma per i prossimi 10 anni.
Dentro ci sono proposte capaci di cambiare la vita delle persone.
Un fondo sovrano fatto di capitale paziente, pronto a sostenere gli investimenti necessari per i cambiamenti già in corso.
Un impegno poderoso sul capitale umano, perché sono sempre state le persone la grande ricchezza di questo paese.
Una nuova stagione di politiche sociali adeguate alla società che cambia e il rilancio di una politica per la casa, capace di mettere a disposizione più case popolari e sostegni adeguati all’affitto.
Un programma pluriennale di investimenti in infrastrutture e manutenzione del territorio, perché il Pnrr è finito e i cantieri non devono fermarsi.
Con il Patto sociale vogliamo aprire una stagione nuova, nella quale governo, imprese e forze sociali assumano impegni concreti e verificabili.
APPELLO ALLA POLITICA. L’Italia non può vivere in campagna elettorale permanente. Ci sono scelte che richiedono anni, investimenti, continuità. E ci sono interessi fondamentali del Paese che nessuna maggioranza dovrebbe considerare proprietà esclusiva.
Per questo rivolgiamo un appello a tutte le forze politiche: abbiate il coraggio di cercare un terreno comune sulle grandi priorità nazionali.
Fate tesoro delle parole del Presidente Mattarella, quando dice che «l’unità di intenti, la proficua collaborazione, il perseguimento di obiettivi condivisi rappresentano per la Repubblica una risorsa fondamentale».
Non vi chiediamo di rinunciare alle vostre differenze ma di non sacrificare il futuro dell’Italia alla convenienza di un consenso elettorale sempre più effimero, sempre più stanco.
Sul lavoro, sulla prevenzione, su scuola, università e ricerca; sulla sanità; sull’industria; sulle opportunità per i giovani, il Paese ha bisogno di scelte che resistano alle alternanze politiche.
Ha bisogno di una democrazia nella quale il confronto non degeneri continuamente in delegittimazione reciproca.
LA NOSTRA AUTONOMIA. È questa la cultura della responsabilità che la Cisl rivendica ed è questa la nostra idea di autonomia.
Un’autonomia che si misura nella libertà con cui formuliamo le nostre proposte, giudichiamo le scelte, difendiamo gli interessi di chi rappresentiamo e del Paese.
La Cisl non ha governi amici o nemici: riconosce ciò che è positivo, chiede di correggere ciò che è insufficiente, contrasta le scelte che ritiene sbagliate. Senza pregiudizi e senza subalternità nei confronti di nessuno.
Non è la strada più comoda. È più facile schierarsi automaticamente con una parte che pesare ogni misura nel merito. Ma è così che in settantasei anni questa Organizzazione ha trasformato i problemi in contratti, le paure in tutele, le vertenze in accordi.
L’orgoglio dell’autonomia è l’energia che ci dà forza ogni giorno, anche – quando necessario – per andare fieramente controcorrente.
E se più di quattro milioni di persone hanno in tasca la vostra stessa tessera, e se il numero continua a crescere, significa che come diceva Ezio Tarantelli le persone capiscono sempre dov’è la ragione e dove il populismo.
Continueremo a cercare l’unità con Cgil e Uil ovunque sia possibile e soprattutto utile ai lavoratori, ai pensionati, ai giovani di questo Paese. Ma l’unità si costruisce partendo sempre dai contenuti e rispettando le differenze.
LA LEZIONE DI GENOVA. In questa città è nato Giulio Pastore, che nel 1950 ebbe il coraggio di fondare un sindacato nuovo, libero e autonomo, quando tutto, ma proprio tutto, andava in senso opposto. Il nostro dovere è far vivere la nostra storia, i nostri valori, nelle scelte di oggi. Questa città lo ha fatto.
Otto anni fa, quando il ponte Morandi è crollato con le sue quarantatré vittime, Genova non si è divisa.
Istituzioni, imprese, lavoratori e cittadini hanno remato nella stessa direzione, e in meno di due anni hanno edificato un ponte nuovo. Quel ponte dice all’Italia quello che noi le chiediamo da questo palco. Torniamo a costruire coesi! Uniamo il Paese! Per non lasciare alle nuove generazioni un’Italia nella quale si vive peggio, la speranza si spegne e ci si sente più soli.
Dobbiamo consegnare loro un Paese nel quale nessuno sia costretto a scegliere tra la salute e il salario, tra lavoro e famiglia, tra restare nella propria terra e costruirsi un futuro.
E se qualcuno pensa che la responsabilità sia debolezza, che il confronto sia rinuncia, venga a vedere i volti delle persone che oggi sono qui. Sono i volti di un sindacato che non ha paura di scegliere e di battersi per ciò in cui crede.
Da Genova lanciamo oggi un messaggio forte: l’Italia non è condannata al declino, può cambiare, può tornare a crescere, può tornare a sperare dentro un grande accordo per il lavoro, la coesione e la crescita. Perché il futuro non si aspetta e non si appalta. Il futuro si costruisce insieme!